Una vita dalla parte sbagliata quella di Tom Waits, che dalle difficoltà iniziali sfocia in una serie di eccessi e sregolatezze tipici della storia underground di quell’ America degli anni ’60 e ’70.

Nato a Pomona, California, nel 1949, Thomas Alan Waits ha fin da piccolo la necessità di fare i conti con le complicazioni della vita spesso citate nelle sue canzoni. Costretto a guadagnarsi da vivere in un folk club di Los Angeles in seguito alla separazione dei suoi genitori, Tom ha la possibilità di mettersi in mostra fra un concerto e l’altro. Unendo le sue poesie e riflessioni all’amore per la musica trasmesso dal padre, si fa notare da Herb Cohen, già manager di Frank Zappa, che gli procura un contratto per la Asylum.
Closing Time segna un timido ma promettente esordio nel panorama musicale statunitense: ottime risulteranno “Martha” e “Ol’ 55”, riprese rispettivamente da Tim Buckley e dagli Eagles. Con il successivo The Heart Of Saturday Night si chiude il primo periodo quasi anonimo della produzione discografica di Waits, fortemente influenzato dalle liriche di Jack Kerouac, esponente della beat generation.
Small Change e Foreign Affairs, rimarcano le sonorità jazzistiche, accompagnate da un frequente uso di archi, e i testi visionari e segnano la definitiva maturità artistica dell’autore.
Ma la prima svolta nel sound dell’artista californiano si ha con la pubblicazione di Blue Valentine e Heartattack & Vine, album nei quali, per la prima volta, si riscontra l’uso della chitarra elettrica, che rivoluziona il le atmosfere jazz, trasformandole in un ritmo blueseggiante, ottimo per esprimere le malinconiche storie di amori e disperazione.
Autore di una produzione fondata su un’ impeccabile etica professionale, Tom Waits si conferma nemico delle imposizioni discografiche, rompendo i rapporti con la Asylum, casa che si rifiuta di produrre l’album che segnerà la svolta nella sua carriera, mutando completamente il sound da una semplice impostazione da storyteller, ad una sperimentale da erudito compositore post-moderno. Con Swordfishtrombones infatti, Tom crea un mix di sonorità cantautoriali statunitensi, europee e folkloristiche. Al rischioso album seguono il capolavoro Rain Dogs e l’opera teatrale Frank’s Wild Years.
I successivi Bone Machine e The Black Rider continuano a riscontrare successo fra i critici.
“L’idea era di suonare qualcosa che fosse a metà fra il surreale e il rurale. Sono insomma canzoni surrurali”, spiega Tom Waits parlando di Mule Variation, album che chiude la produzione del ventesimo secolo.
Dalla collaborazione col regista teatrale Bob Wilson nascono Blood Money e Alice, seguiti da Real Gone, lavoro nel quale Tom esclude l’uso della tastiera, a favore di sonorità più grezze.
Da ricordare nella carriera di artista di Tom Waits sono anche diverse partecipazioni cinematografiche come compositore e attore, frutto di collaborazioni con i registi Francis Ford Coppola e Jim Jarmush. Il cantautore compare anche nel sogno dell’attore e regista nostrano Roberto Benigni in “La Tigre E La Neve”, nel quale esegue “You Can Never Hold Back Spring”, canzone inserita nel suo ultimo lavoro: un EP composto da 3 cd, dal titolo Orphans, col quale Waits vuol fare un excursus fra i generi che hanno caratterizzato la sua vastissima produzione musicale.
Storyteller, poeta romantico e bluesman bianco, Tom Waits è uno dei più importanti autori ereditati dal secolo scorso, che con la sua lunga carriera è riuscito a creare uno stile inconfondibile e a rappresentare quella minorità sociale di emarginati e oppressi, evidenziando gli aspetti peggiori di quella concezione conservatrice statunitense tipica dell’americano medio.
Qui sotto potete vedere l’esecuzione live di una delle migliori canzoni dell’autore.

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