Il 1989 è l’anno della morte di Leonardo Sciascia e della sua ultima pubblicazione: A Futura Memoria.
Edito da Bompiani, il libro è una raccolta di tutto ciò che, negli ultimi dieci anni della sua vita, l’autore siciliano ha scritto per le riviste Il Globo e L’Espresso e principalmente per i quotidiani italiani, Il Corriere Della Sera e La Stampa.
Ancora una volta, il fine dell’opera è quello di rendere noti i problemi politici e sociali del paese e di parteciparvi attivamente.
Ma nel libro non manca, unito all’impegno civile, l’intento di condannare la corruzione dello stato e dei suoi organismi, visti, in certi casi, anche come sistema parallelo rispetto a quello mafioso.
Fra i primi a denunciare questo fenomeno quindi, Sciascia ci offre con quest’opera uno spunto per riflettere su argomenti purtroppo ancora attuali e lascia un’importante testimonianza sul fondamentale contributo offerto dallo stesso autore.
Il libro risulta sicuramente interessante e utile ad approfondire alcuni tristi avvenimenti del passato.
Ma non può essere “letto in serenità”, come invece spera l’autore nella conclusione dell’introduzione dell’opera.
È possibile leggere in serenità cronache e opinioni riguardo a delitti e cattive amministrazioni che ancora oggi continuano ad accadere malgrado le continue lotte, dello stato e di alcuni coraggiosi cittadini, contro un fenomeno ormai radicatosi stabilmente nel suolo italiano nonché esportato all’estero?
Secondo me, la lettura del libro dovrebbe risultare più che serena, sconcertante. Così come dovrebbero risultare tali non solo i delitti di cui ogni giorno sentiamo parlare, ma anche quegli atteggiamenti, da parte di gente comune di tute le età, che sono il punto di partenza del fenomeno della mafia. Atteggiamenti che bisognerebbe evitare e combattere affinché si possa intravedere una via d’uscita da questa situazione non più sostenibile.