Clarice, gli agnelli hanno smesso di gridare?

E’ con questa frase, dalle tonalità enigmatiche, quasi soffuse che si chiude il silenzio degli innocenti; capolavoro cinematografico degli anni novanta considerato dai più il miglior thriller del ventennio. Non starò qui a disquisire sulla fotografia, sulle indimenticabili e pacate musiche o magari sulla rara e straordinaria assenza di sbalzi e sbavature registiche, ma bensì vorrei soffermarmi in questo elogio travestito da recensione; sulla trama raffinata e mai confusa e soprattutto sulla figura più arzigogolata, colta e crudele che un set abbia mai ospitato: lo psichiatra e pittore cannibale Hannibal Lecter. Hannibal è probabilmente dopo Dorian Gray il più grande intenditore ed elogiatore dell’estetica del mondo della letteratura. Il suo cannibalismo difatti nasce da questo inalienabile amore e venerazione che egli ha per il bello. Lecter uccide ogni persona che possa considerare un ostacolo alla perfezione dei microcosmi che egli occupa. Tra le sue vittime difatti, figura un flautista che disarmonizzava l’equilibrio di un orchestra, un attore teatrale che con la sua grossolana interpretazione guastava l’andamento della tragedia, un cuoco incapace di eseguire un perfetto “pain gras” tartufato. Altra colonna portante della personalità di Hannibal è la passione ed inusuale abilità, che spesso varca la porta della sublimazione, nell’esecuzione di ricette culinarie. Egli è inoltre un ineguagliabile gourmet con la predilizione per i vini toscani, tra i quali spiccano l’amato Chianti del 1897 e lo, spesso citato, Amarone. Lo psichiatra ama inoltre dipingere, suonare il clavicembalo e scrivere articoli per riviste specializzate. Ha una memoria fotografica ed una cultura enciclopedica, negli anni, ha difatti costruito un ciceroniano palazzo della memoria che in bellezza ed in numero di stanze rivaleggia solamente, con il museo Tokpaki di Istanbul. I più disattenti a questo punto, parlerebbero e scriverebbero di due personalità antitetiche. Da una parte il folle assassino, dall’altra il sublime intellettuale. Mentre invece in Lecter non esiste e persiste alcun tipo di scissione, ogni angolo ed anfratto della sua frastagliata personalità è complementare e collegabile agli altri; nella sua mostruosa e sconvolgente sociopatia l’omicida va a collimare con il musicista, lo chef ed il guormet con il cannibale. Ci troviamo quindi di fronte ad un personaggio che come si suol dire: buca lo schermo. Un personaggio reso ancor più unico e carismatico dalla ineguagliabile interpretazione di Hanthony Hopkins; che con le sue movenze e gestualità quasi mefistofeliche, con la sua voce profonda e con il suo sguardo imperturbabile appare agli occhi di ogni pubblico: monumentale, e di tanto in tanto etereo e quasi disumano. A questo punto mi pare necessario scrivere brevemente della trama che vede come protagonista assoluta il sopraccitato omicida. Essa, ha come co-protagonista la studente dell’fbi Clarice Starling che, su ordine del suo superiore Jack Crawford, si ritrova a chiedere aiuto al brillante criminologo, condannato a due ergastoli, Hannibal Lecter in merito ad alcuni efferati casi di omicidio. Il rapporto tra Clarice ed Hannibal si sviluppa complesso, ed a tratti inquietanti. Difatti, esso si basa su un particolare quid pro quo. Lo psichiatra darà a Clarice indicazioni sull’omicidio in cambio di alcune rivelazioni sulla sua vita e sui suoi più esistenziali problemi. Gli chiederà della sua infanzia, della morte di suo padre, la definirà una campagnola tirata a nuovo con poco gusto e deriderà le sue radici. Ad ogni invettiva la Starling (interpretata da una impeccabile Jodie Foster) vedrà venir meno, ad una ad una, le sue convinzioni e le sue speranze, le sue certezze e i capisaldi di tutta una vita. Clarice, durante quei colloqui, verrà derisa ed umiliata; ma ad ogni umiliazione e offesa corrisponderà una crescita ed un distacco e parziale superamento da quei problemi, che da sempre la affliggevano. Lecter in questo film appare come un mentore del tipo più raro. Poetico, tanto sincero e schietto da apparire crudele, anticonvenzionale e soprattutto totalmente avulso da quella stanca ed incancrenita morale che, spesso, ci attanaglia e caratterizza. Perfezione.