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Anche una trama semplice può suscitare diverse, profonde riflessioni. È proprio questo che viene da pensare dopo aver visto Il Cacciatore di Aquiloni, l’ultimo film diretto da Marc Forster (Monster’s Ball; Un Sogno per la Vita; Vero come la Finzione).
Tratto dal best seller di Khaled Hosseini, il film presenta la storia di Amir (Khalid Abdalla), figlio di Baba, un importante uomo di Kabul, e dell’amicizia col suo servo Hassan, includendo al suo interno altre tematiche fra le più attuali.
Non avendo letto il libro, non posso fare paragoni o esprimere preferenze a favore di una o dell’altra pubblicazione. Rimangono comunque antitetici i diversi commenti presenti sulla rete: c’è chi preferisce il libro, chi crede che il film sia ben riuscito. Una cosa è certa. Non è facile riproporre esattamente la stessa storia di un libro e Forster è sicuramente riuscito a suscitare grandi emozioni, compito molto difficile considerato il successo del libro, pur realizzando, nella forma, un film non eccezionale. Da segnalare infatti, è soltanto la bella riproduzione della vecchia Kabul, ricostruita in Cina, e la buona interpretazione dei due giovani attori afgani (Zekeria Ebrahimi e Ahmad Khan Mahmidzada).
Dividendo la storia in due grandi parti, il passato di Amir è narrato da un lungo flashback, che riconduce alla sua infanzia, trascorsa insieme ad Hassan. Entrambi amano gli aquiloni e riescono anche a vincere un torneo, “tagliando” tutti gli altri aquiloni avversari.
Ma l’Afghanistan della fine degli anni ’70 è teatro di scontri militari dovuti al fragile equilibrio mondiale, ma scaturiti anche da un sentimento razzista interno, nei confronti delle etnie minori del paese. E fra i più emarginati vi sono gli hazara, il gruppo etnico di cui fa parte Hassan, che subisce lo stupro da parte di tre ricchi ragazzi pashtun.
Amir non aiuta l’amico, che diventa la principale denuncia vivente della sua vigliaccheria, e fa in modo che venga cacciato dalla sua casa.
Ma i sensi di colpa lo accompagneranno per tutta la vita, riaffiorando grazie alla telefonata di un amico di suo padre.
Il giovane afgano è ormai uno scrittore e vive negli Stati Uniti con sua moglie, ma deve tornare nel suo paese, per cercare il figlio del suo grande amico Hassan, che porterà con se, e, quindi, per rimediare agli errori commessi durante la sua infanzia. Una voglia, questa, amplificata inoltre dalla scoperta di Amir: Hassan è, in realtà, suo fratello.
Baba ha, quindi rubato la verità al figlio (questa espressione viene riproposta più volte all’interno del film) e questo è solo uno dei temi centrali della storia.
Guardando Il Cacciatore di Aquiloni, infatti, si assiste, oltre che al sentimento di amicizia, tramutato poi in amore fraterno, fra i due giovani afgani, anche ad un bel rapporto padre-figlio, nonché alle drammatiche situazioni che hanno turbato la storia dell’Afghanistan nella seconda parte del ventesimo secolo: dagli scontri interni, all’invasione sovietica, all’affermazione del fondamentalismo islamico, sostenuto dai gruppi talebani.

Un altro tema è quello dell’amore per la patria, che rimane sempre della mente di chi è scappato dal paese natio: Baba porterà con se, fino alla morte, un contenitore con un po’ di terra afgana al suo interno. Questo sentimento patriottico è presente in tutto il film, nonché nei romanzi scritti dal protagonista e nella lettera di Hassan, indirizzata ad Amir, una lettera di speranza, dove il giovane hazara spera “che suo figlio sia un uomo libero, che un giorno possa tornare a Kabul e che gli aquiloni riempiano di nuovo il cielo”.