In questo periodo, caratterizzato dalla campagna elettoralee da vari scontri politici, si dedica poco spazio all’emergenze e ai problemi della scuola, perchè se c’è un’emergenze superiore ad ogni altra, da noi, è quella. Lo dicono i rapporti Ocse del P.i.s.a (Programme for international student assessment) che ogni tre anni valutano la preparazione degli studenti quindicenni di tutto il mondo, e che ci hanno visto affondare sempre più fino ad arrivare nelle scienze al 36° posto su 57 Paesi presi in analisi, coi ragazzi settentrionali che reggono il passo e quelli meridionali che sprofondano sempre più. Per fare un esempio, ad una domanda banale come “perchè sulla Terra c’è alternanza tra il giorno e la notte?” la risposta corretta (“la Terra gira intorno al suo asse”) è data nelle isole da poco più di un allievo su quattro.

scuola

L’Italia ha smesso da un pezzo di credere nella scuola, tanto da aver tagliato da 1990 al 2006 addirittura un sesto dei finanziamenti. Il malcontento è espresso anche da specialisti del dossier “Tuttoscuola”, che sono sconcertati dai silenzi sul tema nel dibattito elettorale. In un Paese serio questo problema non farebbe chiuder occhio agli aspiranti premier. Più che di una scuola italiana, si deve parlare di tante scuole, fiverse da Regione a Regione, da Provincia a Provincia. Infatti le differenze sono rilevanti. Vi sono provincie con 100 computer per instituto e altre con 30, zone dove la capità di trattenere i ragazzi che vogliono mollare è abissalmente diversa, infatti a Ravenna la dispersione nel biennio iniziale degli istituti professionali è dello 0.9%, a Crotone del 47,4%. Assurdo, soprattutto in un Paese come il nostro che, povero di spazi e risorse energetiche, dovrebbe puntare tutto sulle intelligenze. Gli studi dell’Ocse e della Commissione Europea non lasciano dubbi, occorre investire sulla testa delle persone. In Italia oltre la metà degli abitanti con più di sedici anni confida di non aver mai usato un computer. Dunque aumenta il divario sulle conoscenze tecnologiche tra una persona anziana e un adolescente, e questo divario risulta molto più consistente di quello che c’era una volta tra un anziano completamente analfabeta e uno studente.

Ci vorrebe una scuola all’altezza, ma i problemi sono tanti, troppi. Ogni tentativo di introdurre qualche incentivo per i più bravi è stato bloccato da rivolte di piazza dove si sosteneva il “Dopo vent’anni di scuola chi ha diritto di valutarmi?”. Per non parlare poi dei bidelli, che sono la prova di come da decenni la precedenza non venga data agli studenti e alle loro famiglie, ma alla massa del personale scolastico. Infatti mentre in Paesi come la Finlandia o la Spagna il compito di tenere puliti i banchi, le aule e i corridoi delle scuole fa parte dei normali doveri degli stessi studenti, che così imparano subito a rispettare la propietà collettiva, ci sono da noi più bidelli che carabinieri nelle caserme: 167 mila. Ce ne sono uno ogni 2,2 classi, per un costo complessivo per lo Stato che sfiora i 4 miliardi di euro all’anno.

Forse per salvare la scuola bisognerebbe porre fine al lungo 68′ italiano, che nell’ultimo decennio ha bandito dalla scuola rigore e merito, e bisognerebbe riproporre uniformità e omologazione.