Se con Hail To The Thief non avevano convinto tutti i loro fans, grazie a In Rainbows, i Radiohead hanno forse segnato il punto di arrivo a quella maturità musicale inseguita da qualche anno.
Se potessimo definire quest’ultimo loro lavoro con una sola parola, io sceglierei “sintesi”. È proprio vero, infatti, che In Rainbows può definirsi una sintesi di ogni genere toccato e sperimentato dalla band d’oltre Manica.
Si avvertono, se pur in minima parte, le influenze pop degli esordi, unite all’elettronica di Kid A e Amnesiac.
Oltre al suo aspetto musicale poi, In Rainbows è rivoluzionario. Solo poche band, ma non dello spessore dei Radiohead, avevano “rischiato” così tanto.
Dopo aver registrato e mixato indipendentemente l’album, Tom Yorke e compagni hanno pensato, infatti, di far scegliere, direttamente all’acquirente, il prezzo del disco. Tutto questo grazie alla sua diffusione su internet, tramite il loro sito web ufficiale.
Ci sono voci discordanti sull’effettivo successo di questa nuova modalità d’acquisto. Chi ha parlato di cospicue entrate, considerando l’assenza di una casa discografica intermediaria, e chi ha constatato che la maggior parte degli internauti ha scelto di eseguire il download del disco da software di sharing come eMule o BitTorrent, sebbene l’acquisto legale fosse potenzialmente gratis.
Rimane comunque importante la scelta di una band che ha sempre cercato di mantenere un contatto diretto con i suoi fans, attraverso diverse iniziative e grazie anche al continua voglia di proporre brani inediti durante i concerti, quasi per chiedere il consenso al pubblico.
L’album ora è in commercio normalmente e dopo averlo acquistato e ascoltato in vinile, è arrivato il momento di parlare di ciò che conta di più: la musica.
In Rainbows è bello preso per intero. Si riconoscono, come già detto prima, tutti gli stili dei Radiohead.
Si parte con 15 Step, che rimanda agli album elettronici, per passare poi alle vecchie chitarre distorte riprese da Bodysnatchers.
Non mancano, ovviamente, i veri e propri capolavori, che incontriamo già alla terza traccia con Nude e alla quinta con All I Need, passando per Weird Fishes/Arpeggi. La voce di Yorke non è in primo piano, ma si fonde perfettamente con la musica, creando quelle atmosfere che solo i Radiohead hanno sputo far apprezzare al grande pubblico mondiale, col passare degli anni.
Il braccetto del giradischi si solleva, la facciata A è finita. Capovolgo il disco e faccio ripartire la musica.
La sesta traccia è la breve ma intensa Faust Arp, seguita da Reckoner. Le ultime tre canzoni possono essere considerate dei veri capolavori che si inseriranno, forse, fra i classici del gruppo.
House Of Cards, secondo me la migliore di tutto l’album, Jigsaw Falling Into Space e la vecchia conoscenza Videotape, già proposta diverse volte durante alcuni concerti, confermano nuovamente la grande cura con cui questo ultimo album è stato concepito e creato.
I tempi, gli strumenti e gli effetti sono inseriti sempre al punto giusto e la voce di Yorke è diventa lo strumento fondamentale per il genio di Greenwood.
In Rainbows sembrava dovesse essere ricordato per la modalità con cui è stato messo sul mercato, ma non è così. È un album fondamentale per la discografia dei Radiohead e il successo è stato confermato dai numerosi Sold Out registrati nella maggior parte delle date del tour, che toccherà l’Italia solo per due volte, a Milano, il 17 e il 18 giugno.