L’intensa vita letteraria di Leonardo Sciascia rivela un accanito impegno di conoscenza della relatà siciliana, e più largamente italiana, proponendo una polemica contro le sue storture, arretratezze e corruzioni. Egli utilizza nelle sue opere lo schema del “giallo”, del romanzo poliziesco, per proporre nella maggior parte dei casi, storie con una morale, infatti la vicenda trova una soluzione nella scoperta del colpevole e nell’affermazione dei valori della giustizia contro il disordine rappresentato dalla violenza.
“Una storia semplice” è un breve racconto di carattere poliziesco pubblicato, per volontà dell’autore, il giorno della sua morte, il 20 Novermbre 1989.
La sera del 18 marzo, un agente di una stazione di polizia riceve una telefonata da parte di un certo Giorgio Roccella, il quale chiede di poter parlare con il questore. L’agente trasferisce la chiamata al commissario, che però in quel momento stava per uscire e dunque la chiamata venne presa dal brigadiere. Roccella gli fornisce i propri dati e il luogo in cui si trova, e chiede l’intervento di una pattuglia di polizia. Il brigadiere fa rapporto al commissario, che però è convinto si sia trattato di uno scherzo, in quanto Giorgio Roccella era un diplomatico che non andava in quei luoghi da tempo, e convice il brigadiere ad andare a fare un sopralluogo solo l’indomani. Così fa il brigadiere, che raggiunge in pattuglia il casolare che gli era stato indicato nella telefonata da Roccella, ma tale luogo appare desrto. Allora il brigadiere, notando che alcune persiane erano aperte, decide di rompere un vetro della finestra per entrare e vede subito che c’è un uomo morto accasciato sulla scrivania, si tratta di Giorgio Roccella. La prima ipotesi che viene formulata è quella del suicidio, in quanto vicino al cadavere c’è una pistola, ma tale ipotesi viene subito messa in dubbio quando nota che l’uomo stava iniziando a scrivere una lettera su un foglio, sul qualce si legge “Ho trovato”, prima di essere ucciso. Così il brigadiere elabora una teoria, e pensa che l’uomo, dopo aver telefonato alla polizia, abbia iniziato a scrivere quello che aveva trovato e successivamente avranno bussato alla porta e lui, pensando che fosse arrivata la polizia, apre la porta e si trova davanti l’assassino, che modifica la scena del crimine, facendo passare l’omicidio per suicidio. Dopo un paio d’ore arrivano sul posto il Procuratore della Repubblica, il questore, il colonnello deo carabinieri, il medico, fotografi e giornalisti, e vegono fatti accertamenti più precisi sull’accaduto. Inizialmente anche il questore e il magistrato credono si tratti di un suicidio, ma analizzando più attentamente la scena del crimine, e anche attraverso la teoria del brigadiere, comprendono si sia trattato di omicidio.
Lo stesso giorno accade un fatto che sconvole ulteriormente la vicenda. Un treno locale si era fermato nelle vicinanze della stazione di Monterosso a causa della segnalazione di arresto, e dopo un paio d’ore il segnale non era ancora cambiato. Ferrovieri e passeggeri credono che il capostazione si sia dimenticato di modificare il segnale o che si fosse addormentato, e chiesero al conducente dell’unica macchina che si era fermata per chiedere che cosa fosse successo, di andare alla stazione per vedere cosa fosse successo. Però il semaforo rimase rosso a lungo e allora il capotreno decise di salire a piedi fino alla stazione, ed una volta arrivato vide che il capotreno ed il manovale erano stati uccisi. Sul posto arrivano subito Carabinieri e Polizia, che trattengono ed interrogano il conducente della Volvo, che afferma di aver parlato col capostazione e di essersene andato.
Intanto, durante una perquisizione della villa, il brigadiere sale per una scalinata insieme al commissario per raggiungere il soffitto, e qui egli inizia a sospettare del commissario, poichè precedentemente aveva affermato di non essere mai stato nella villa, ma una volta giunti in soffitta, che era un luogo buoio e oscuro, accese la luce tramite l’interrutto che era posto dietro una statua e dunque poco visibile, e ciò fa pensare che fosse già stato li altre volte. Il giorno seguente, quando brigadiere e commissario sono assieme nell’ufficio, quest’ultimo tenta di sparare al brigadiere, il quale però riesce a colpirlo prima.
Durante il processo si scopre il mistero. Il commissario assieme alla sua banda gestiva un traffico di droga e di opere d’arte, dunque quando seppe del ritorno di Roccella, lo uccide per impossessarsi del quadro che aveva trovato in soffitta. In seguito va dal capostazione per far trasportare la sua roba, perchè sicuramente in un treno un carico di notevoli dimensioni non sarebbe stato notato. Il capostazione però si oppone e il commissario lo uccide. Malgrado tutto ciò il magistrato decide che è “troppo poco” per considerare la reazione del brigadiere leggittima difesa e, per mancanza di prove, lo si definisce un incidente.
Come in ogni giallo, l’eroe è il detective, il personaggio che opera per la decifrazione dell’enigma e per la scoperta del colpevole. Nei gialli di Sciascia, il detective non è mai un privato cittadino, bensì un funzionario dello Stato, carabiniere o poliziotto. Sin dalle prime pagine è facile intuire che l’eroe non sarà il commissario di polizia, così poco interessato alla telefonata di Giorgio Roccella, ma un suo subordinato, il brigadiere. Questi, pur non essendo particolarmente istruito, si rivela subito molto sveglio, capace di cogliere sul luogo del delitto una serie di indizi che fanno supporre che non si tratti di suicidio ma di omicidio. Egli era stato incaricato di effettuare un semplice sopralluogo, quindi la sua ricostruzione dei fatti sarà una iniziativa sua, di un funzionario dello Stato che non vuole chiudere gli occhi, ma impegnarsi con scrupolo nella difesa della legge e nell’affermazione della giustizia. Quest’opera di Sciascia è caratterizzata da una forma di pessimismo, infatti il lettore comprende che nulla possono gli uomini di buona volontà, persone che svolgono con impegno e con scrupolo il loro lavoro, contro forze troppo forti per essere sconfitte. La mafia, argomento centrale dei gialli di Scascia, non viene mai nominata in quest’ultima opera, ma è facile però capire che, anche in questo caso si è di fronte ad una storia di mafia, di delitti organizzati per impedire che i traffici di droga e opere d’arte da essa gestiti vengano disturbati e scoperti. Più che una denuncia, quella dell’autore è l’amarissima constatazione che non esiste, nelle stesse istituzini, la volontà di andare al fondo del problema, ed inoltre chi lotta per la giustizia, come il brigadiere che ha scoperto la verità, non avrà nemmeno la soddisfazione di vedere apprezzato il proprio lavoro. Dal romanzo venne tratta la sceneggiatura del film Una storia semplice, che uscì nelle sale nel 1991 con la regia e la sceneggiatura di Emidio Greco e l’interpretazione dell’attore Gian Maria Volonté.