I “Promessi Sposi”, senza ombra di dubbio, è il romanzo più famoso della letteratura italiana. Scritto per la prima volta nel 1821, aveva come titolo “Fermo e Lucia”. In questa prima edizione, erano diversi sia i nomi di alcuni personaggi, sia alcuni episodi. La lingua utilizzata era “un composto indigesto”, fatto di frasi un pò lombarde, un pò toscane, un pò francesi e un pò anche latine. Insoddisfatto per tale motivo, il Manzoni si rimise all’opera cercando di correggere costrutti e vocaboli. Ne uscì un secondo romanzo, che fu pubblicato nel 1827 col titolo “I Promessi Sposi, storia milanese del sec. XVII, scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni”. Fu un successo strepitoso. In meno di venti giorni se ne vendettero seicento copie.Tra la prima e la seconda stesura c’è una notevole differenza: nella prima è possibile evincere una concezione totalmente pessimistica della vita, mentre nella seconda il pessimismo è mitigato dalla fede nella Provvidenza e nella Giustizia di Dio. Ma il Manzoni non era contento neanche della seconda redazione perchè la lingua gli sembrava ancora piena di lombardismi. Nello stesso anno, il 1827, si recò, pertanto, a Firenze a “risciacquare – come egli diceva – i cenci in Arno” e sottopose il suo romanzo ad un’accurata revisione linguistica sul modello del fiorentino. Si ebbe così la terza e definitiva edizione del romanzo, che fu pubblicata tra il 1840 ed il 1842.
Nell’« Introduzione » ai Promessi sposi, Manzoni definisce la storia « una guerra illustre contro il tempo »: la storia, cioè, richiama in vita il passato. E se gli storici si limitano a narrare le gesta dei grandi personaggi, Manzoni, invece, ritiene che soprattutto le vicende della gente umile, di chi soffre e patisce i soprusi dei potenti, siano degne di essere ricordate e descritte. Proprio per questo Manzoni scrive un romanzo storico, ambienta cioè le avventure di Renzo e Lucia nel secolo XVII, durante la dominazione spagnola in Italia. A fianco dei personaggi nati dalla fantasia dell’autore si muovono così personaggi storici veri e propri (il governatore di Milano don Gonzalo Fernandez, il cancelliere Antonio Ferrer, il cardinal Federigo Borromeo) oppure personaggi realmente esistiti a cui Manzoni si ispira per crearne dei nuovi (la monaca di Monza, l’Innominato). Solo in questo modo la storia di Renzo e Lucia diventa vera. Non si deve infatti dimenticare che per Manzoni, come egli stesso scrive in una sua lettera, « l’essenza della poesia non consiste nell’inventar dei fatti», ma nel far uscire, proprio dalla storia, i sentimenti e « le passioni che hanno tormentato gli uomini », cioè « ogni segreto dell’anima umana».

Le tematiche del romanzo sono diverse:
La Provvidenza:
Renzo è riuscito a fuggire all’arresto del notaio criminale, ha raggiunto l’Adda, l’ha attraversata ed è giunto finalmente nel territorio di San Marco, là dove il mandato di cattura contro di lui non conta più. Può allora entrare in un’osteria «a ristorarsi lo stomaco» e all’uscita incontra un gruppo di mendicanti, «tutti del color della morte », che chiedono la carità. Renzo non esita ad offrire a quei poveri i pochi soldi rimastigli e Manzoni commenta: « Certo, dall’essersi così spogliato degli ultimi danari, gli era venuto più di confidenza per l’avvenire, che non gliene avrebbe dato il trovarne dieci volte tanti. Perché, se a sostenere in quel giorno quei poverini […], la Provvidenza aveva tenuti in serbo proprio gli ultimi quattrini d’un estraneo […]; chi poteva credere che volesse poi lasciare in secco colui del quale s’era servita a ciò, e a cui aveva dato un sentimento così vivo di se stessa, così efficace,così risoluto? ».In questo passo Manzoni chiarisce il tema, tanto importante nel romanzo, della Provvidenza: di quel preciso disegno divino che regola lo svolgersi di tutte le vicende, della vita e della storia, rendendole utili per l’avvenire, tanto più quando siano dolorose e difficili. I disegni della Provvidenza però non sempre possono apparire chiari all’uomo. Allora, soltanto la fiducia in Dio « raddolcisce » i guai che, « o per colpa o senza colpa », si incontrano nel cammino della vita: e questa è proprio la morale, « il sugo di tutta la storia », come scrive Manzoni nel finale del romanzo.
La carestia:
Fra Cristoforo lascia il suo convento per recarsi a casa di Lucia. Il paesaggio è quello di un lieto tramonto autunnale, ma gli uomini che popolano questo paesaggio rattristano « lo sguardo e il pensiero»: appaiono «mendichi laceri e macilenti»; «lavoratori sparsi ne’ campi » che spingono « la vanga come a stento », « gettando le semente, rade, con risparmio »; una « fanciulla scarna» che porta al pascolo «una vaccherella magra, stecchita».Questo scenario è il preludio della carestia, un argomento della storia milanese del secolo XVII, analizzato da Manzoni con cura e documentazione di studioso. L’attenzione rivolta alla storia, come sempre accade, anche in questo caso non soffoca l’interesse per l’uomo. La carità « ardente e versatile » del cardinal Federigo, che distribuisce « ogni mattina duemila scodelle di minestra di riso », che spedisce « ai luoghi più bisognosi della diocesi » viveri e soccorsi diventa infatti, nelle pagine tristi e crudeli della carestia, un vivo esempio di carità cristiana, dell’amore dell’uomo per il suo prossimo.
La religione:
Esistono nei Promessi sposi tre figure di religiosi, don Abbondio, fra Cristoforo, il cardinal Federigo, che esprimono tre diversi modi di vivere e operare religiosamente.Don Abbondio, che «non era nato con un cuor di leone», non trova spazio nella società del suo tempo e accetta di farsi prete per « scansar tutti i contrasti » di quel triste momento storico. Il ministero sacerdotale diventa quindi per don Abbondio l’unico sistema per assicurarsi un quieto vivere, in un mondo violento e corrotto: e il curato infatti si fa prete per mettersi in salvo e in pace.
Fra Cristoforo è invece l’immagine del religioso che opera nel mondo, fino ad opporsi, anche con aggressività, ai mali della società secentesca. È il predicatore che crede che la parola di Dio abbia creato il mondo: perciò le sue parole non restano soltanto parole, ma diventano azioni concrete (fra Cristoforo affronta don Rodrigo, va a servire gli appestati, scioglie il voto di castità di Lucia, per esempio).La figura del cardinal Federigo, infine, è quella che più si avvicina al modo di intendere la religione da parte di Manzoni. A differenza di fra Cristoforo, il cardinal Borromeo non solo opera nel mondo, ma lo scavalca con il suo esempio: sa dunque opporre alla falsità del mondo un modello di verità che è proprio la verità della parola di Dio.
La peste:
Il XXXI e il XXXII capitolo dei Promessi sposi sono capitoli di pura trattazione storica, in cui tutta l’attenzione di Manzoni sembra rivolta allo studio della peste a Milano del 1630. L’autore dimostra un’accurata conoscenza del fenomeno, documentata sui testi più autorevoli di quel tempo. L’analisi storica offre tuttavia a Manzoni l’occasione per indagare nel cuore degli uomini.Allora nelle sue pagine compaiono gli esempi di grande carità cristiana (primo fra tutti quello del cardinal Federigo), di quanti, « nella furia del contagio », visitano gli ammalati per dare il loro conforto e il loro aiuto. « Ma di fronte a queste sublimazioni di virtù » non mancano anche gli esempi di « perversità » di coloro « sui quali l’attrattiva della rapina » è più forte del timore della malattia. Questi uomini entrano da padroni nelle case degli infermi, maltrattano, rubano e saccheggiano senza pietà. Quello della peste diventa dunque un nuovo quadro dell’umanità, descritta da Manzoni in tutti i suoi aspetti.

La fantasia manzoniana non sta tanto nell’inventare fatti ed intrecci, quanto nel creare personaggi vivi, non limitandosi a descrivere il loro portamento esteriore, ma penetrando nel segreto delle anime, cogliendone ciò che è singolare e caratteristico, e insieme universale ed eterno.Nei Promessi Sposi trovano luogo personaggi comici, come don Abbondio, e tragici come l’Innominato; semplici come Renzo e Lucia, e complessi come Gertrude; buoni ed evangelici come il Cardinale Federigo Borromeo e Padre Cristoforo, e cattivi come Don Rodrigo.Tali personaggi sono incapaci di avere un’esistenza autonoma, ma sono intimamente legati all’intera vicenda del romanzo, e, in particolare, sentiti sullo sfondo dei paesi e dei paesaggi a loro familiari, proiettati nel clima delle vicende storiche della loro età, legati allo stato d’animo e agli ideali del Manzoni.Guardandoli così, in questa unione con la natura, con la storia e col sentimento del poeta, sarà possibile comprendere il valore delle singole figure, ma anche la saldezza dell’intera costruzione fantastica e l’opera d’arte nella sua pienezza spirituale e poetica.
Renzo “era, fin dall’adolescenza, rimasto privo de’ parenti, ed esercitava la professione di filatore di seta”; possedeva inoltre “un poderetto che faceva lavorare e lavorava egli stesso, quando il filatoio stava fermo; di modo che, per la sua condizione, poteva dirsi agiato”.
Anima semplice ed ottimista, Renzo conosce il male del mondo nei soprusi degli uomini potenti, ma non è disposto a lasciarsi piegare da loro. Di fronte alle sopraffazioni e alle violenze, il suo animo pacifico non pensa che alla vendetta e all’omicidio.Ma da questo lo terranno sempre lontano la sua innata onestà ed il forte sentimento religioso. Anch’egli, infatti, come Lucia, trova nella fede la guida della vita ed il conforto della sventura. Renzo è un ingenuo che conosce poco del mondo e quindi facile ad esser preso dagli avvenimenti esterni, ma nello stesso tempo è abbastanza accorto ed intelligente per cavarsi d’impaccio o mettersi in salvo.Ma ciò che colpisce è la sua bontà e la sua generosità. Egli, infatti, si commuove davanti ai poveri e dà loro quello che ha; si commuove e prega di fronte alla madre di Cecilia e davanti a don Rodrigo agonizzante, perdonandogli tutto il male ricevuto.Magistralmente Renzo è anche ritratto nel suo amore per Lucia, a cui è legato da una fedeltà assoluta, da una dedizione totale. E proprio nel dipingere quest’amore, il Manzoni raggiunge alcune delle espressioni più alte della sua poesia. L’autore ama il suo Renzo, si immedesima in lui e ne fa una delle creazioni più grandi della nostra letteratura per il candore e la fede, per la semplicità e la bontà, per il cuore giovanile e ardente.
Lucia è il personaggio più amato dal Manzoni, quello per cui l’autore dice di sentire “un po’ di affetto e di reverenza”. Una creatura, quindi, che il poeta ha voluto presentarci sotto una luce ideale, pur mantenendola nella realtà dei sentimenti e degli atteggiamenti di una giovane contadina, semplice ed intelligente, religiosa ed innamorata. Il lavoro, la preghiera ed il pianto sono gli atteggiamenti più poetici di Lucia. Lavora nel suo paese, lavora nel monastero a Monza, lavora nel palazzo di donna Prassede. Prega assiduamente ed intensamente, quando ogni speranza terrena sembra crollare, ogni aiuto umano scomparire; la preghiera è il porto sicuro, è la riconquista della calma e della fiducia. Piange, ed il pianto è la sua arma, e le sue lacrime sono più eloquenti di ogni parola. C’è in Lucia anche un altro motivo stupendamente umano e poetico: la lotta, o meglio l’accordo, fra il dovere religioso ed il legittimo sentimento d’amore. Ella ama il suo promesso sposo con amore intenso, vivissimo. Un amore che dopo il voto si rivela ancor più insopprimibile, quando la volontà vorrebbe dimenticare ed il cuore corre alla persona amata.
Don Abbondio è senz’altro il personaggio più popolare dei Promessi Sposi.E’ la figura con cui il Manzoni ha dispiegato, nelle forme più varie, tutta la sua virtù comica, la sua capacità ritrattistica, le sue doti fantastiche ed umane.Trovatosi a vivere in una società retta da prepotenti, don Abbondio si è fatto prete senza riflettere sugli obblighi e sugli scopi della missione sacerdotale, badando soltanto a procurarsi una vita agiata e tranquilla. Ciò che governa la sua condotta è la paura, che, unita alla coscienza della propria debolezza e ad un morboso attaccamento alla vita, lo rende egoista ed irragionevole. Per la paura non vede più la luce della verità, non ode più la voce del cuore e della mente, non segue la via del dovere. Uomo angusto, soggiogato dal terrore e dal sospetto, vive schiavo delle minuzie della vita; privo di volontà, cede a tutti, dopo breve resistenza; incapace per natura a compiere il male, per viltà si fa complice e strumento dei violenti. E’ privo di cultura, è attaccato al denaro, è diffidente di tutti….. Eppure, da questo spirito così meschino, il Manzoni ha ricavato il suo personaggio più attraente. Il ritratto sapiente ed arguto è splendido di note fisiche e spirituali, di colori etici e storici, sicchè, per mezzo di don Abbondio, non solo l’autore delinea con profonda psicologia una figura eterna di uomo, ma penetra ad indagare gli aspetti più vari di un’età perversa e violenta.
Don Rodrigo è il tipo comune del signorotto prepotente e spregiudicato che, pur di soddisfare puntigli e passioni, si considera padrone di far tutto ciò che vuole e giudica tutti a sè sottoposti.Un tipo di uomo di ogni tempo, ma che in quel secolo, quando la legge era incapace di proteggere l’oppresso e di colpire l’oppressore, circondato di bravi, adulato e riverito da coloro che avrebbero dovuto essere i naturali esecutori della legge, cinico e volgare, privo di ogni freno morale e religioso, poteva commettere le violenze che voleva.
Ha gli stessi difetti della gente del suo rango: l’orgoglio smisurato, l’ozio, la mania dei banchetti, della caccia e delle passeggiate, il gusto delle avventure galanti, preferibilmente nel proprio ambiente, ma con qualche escursione nell’ambiente plebeo, per ammazzare la noia.Tuttavia il comportamento di don Rodrigo, se può trovare una giustificazione storica, non merita nessuna scusa sul piano morale.Eppure, forse per i buoni sentimenti che esistono naturalmente in ogni uomo e che, nel caso del signorotto, erano sedimentati nel fondo della sua coscienza, quando è colpito a morte dalla peste, il Manzoni lo fa ricoverare sotto le grandi ali del perdono di Dio, perdonato da Renzo e assolto da chi era stato da lui chiamato “villano temerario, poltrone incappucciato”.
Padre Cristoforo è la figura che personifica l’ideale cristiano della carità e del sacrificio.Tutta la sua esistenza è dominata dall’amore, che lo fa sollecito verso gli umili, ardimentoso di fronte ai violenti, vedendo, negli uni e negli altri, creature da avviare a vita eterna dopo il breve cammino terreno.Per il trionfo della giustizia, Padre Cristoforo non si limita a dare consigli, ma agisce continuamente. Per questo motivo è uno dei personaggi più ricchi di vicende e di atteggiamenti.Dal duello alla conversione, dalla protezione di Lucia all’affronto di don Rodrigo, dall’ubbidienza ai superiori alla missione nel lazzaretto, fra Cristoforo è al centro del grande motivo della lotta fra il bene e il male, e più di ogni altro agisce per avviarlo a soluzione.Il messaggio di perdono e di amore del cristianesimo, accompagnato dalla fede nell’opera assidua della Provvidenza, non poteva trovare banditore più eloquente, convincente ed efficace.
Gertrude è vista dal Manzoni in un’acuta indagine psicologica, che penetra nelle pieghe più segrete del cuore, con profondo e pensoso atteggiamento morale, sdegnoso di fronte alla violenza compiuta sui diritti della natura e sulla fragilità di una creatura umana. La cupa realtà del maggiorasco, l’insensibilità degli uomini di fronte all’interesse della classe, l’assolutismo di un padre sordo alle voci più umane, la debolezza di una creatura incapace di affermare fino al sacrificio l’inviolabilità dei suoi diritti e dei suoi doveri, sono tratteggiati con sapienza profonda di psicologo e mano leggera d’artista. Nata per la libertà, per l’amore, per la gioia di vivere, Gertrude viene costretta a chiudersi in un mondo che è l’opposto di quello sognato, con un rancore che si fa odio verso tutti, con un rimpianto che diviene assillante tormento, con un cuore refrattario ad ogni voce di rassegnazione e di benefica fede.
L’Innominato appare subito come una figura misteriosa.Temperamento volitivo fin dall’adolescenza, con l’ansia di esser superiore a tutti d’ardire e di costanza, le parole e le frasi che ne ritraggono l’esistenza hanno tutte una forza e un colorito fantastico particolare. Nel momento in cui fa rapire Lucia, egli attraversa una profonda crisi interiore. Disgustato dai passati delitti, incerto del futuro, comincia a porsi delle domande sul giudizio divino.
Al vedere la carrozza che trasporta la ragazza rapita mentre sale verso il castello, avverte un oscuro presentimento, quasi una premonizione. Il suo bravo più spietato poi, gli rivela di aver avuto compassione della rapita, ed il fatto gli pare strano, incredibile. Ma l’Innominato è curioso di vedere la giovane in grado di suscitare tali sentimenti.Le parole sulla misericordia divina che la prigioniera gli dice rimangono impresse nella sua memoria. Trascorre la notte nel tormento, angosciato dal male fatto, dall’idea del suicidio, dal timore di essere giudicato da Dio, poi l’alba lo trova affacciato alla finestra, a guardare il risvegliarsi della gente…Egli scende in paese solo e disarmato e si reca alla canonica, dove è ricevuto con timore e titubanza, poi avviene l’incontro memorabile che vede la conversione del potente signore.Sono queste le pagine del romanzo in cui la poesia dell’anima, segnata in tutte le sue sfumature, raggiunge l’espressione più alta. E’ il motivo della voce del bene che parla nel cuore dell’uomo.L’Innominato sarà forte e determinato nella sua vita di benefattore come lo è stato nei suoi trascorsi di criminale.