Calabria: terra di miti, leggende, tradizioni, paesaggi e bellezze naturali inconfondibili, clima unico; ma anche luogo “incompreso”. Territorio non ritenuto “punto” di forza per l’arricchimento economico dell’intero Paese. Chi invece fece e continua a fare tesoro, anche se in maniera illegale, della posizione strategica del luogo (che permette un ampio sfruttamente dei traffici via mare e l’esempio più vistoso è il porto di Gioia Tauro), della composizione geologica del territorio (ossia della ricca presenza di vaste aree montuose e difficilmente accessibili, come il territorio dell’Aspromonte) e di una mentalità generale (in cui fattori come l’analfabetismo e una presenza parziale dello Stato hanno giocato un ruolo fondamentale nella formazione culturale del Meridione), chi seppe sfruttare tutto ciò ricavandone enormi profitti è stata l’organizzazione criminale, nota come “N’drangheta”. Ma la mafia non nacque cosi all’improvviso, per volere della leggenda (anche se ci sono riferimenti “mitologici”, e precisamente quelli che indicano i tre cavalieri spagnoli “Osso, Mastrosso e Carcagnosso”, i quali, secondo le antiche credenze seicentesche, erano sbarcati nel sud della penisola, in Campania, Sicilia e Calabria per fondare rispettivamente la Camorra, Cosa Nostra e la N’drangheta), ma è un fenomeno che ha origini che risalgono addirittura ai tempi del feudo, in cui i proprietari terrieri imponevano il loro potere, anche con soprusi, ai contadini. E’ significativa, antropologicamente, l’etimologia del termine, che deriva dal greco “andragathos”, cioè “uomo valente, coraggioso”, mentre il verbo “n’dranghitiari” si associa sempre alla forma grecanica “andragatizomai”, nel significato di “assumere atteggiamenti spavaldi, valorosi”; difatti, non per caso, esisteva nella parte comprendente Campania e Basilicata, “l’Andragathia region” e cioè una terra abitata da uomini temuti e violenti. In Calabria comunque, la nascita delle prime aggregazioni segrete risale ai tempi successivi alla formazione dello stato unitario: esse portavano il nome di “Picciotterie”, vere e proprie organizzazioni che si distinguevano per furti, intimidazioni, omicidi e che incominciò a muovere i primi passi nelle province di Reggio e Catanzaro; inoltre, seguendo il modello di queste, nel vibonese si vennero a formare i cosidetti “spanzati”, sempre dediti alla delinquenza.
Queste prime consorterie mafiose assunsero caratteristiche che già si distaccavano dalle tradizionali abitudini del brigantaggio comune, disorganizzato e propenso ad agire sui terreni incolti e attaccati dalla povertà. Con il tempo la Picciotteria venne a chiamarsi “Onorata Società”, suddivisa su due livelli: Società Maggiore, della quale fanno parte i camorristi, classificati come “boss” o ” capo bastone”, il “contaiolo” (colui che detiene i fondi economici dell’associazione e gestisce i picciotti “lisci o di sgarro”; Società Minore, alla quale partecipano un capo giovane (direttamente dipendente al superiore) ed i “fiorilli” o giovani d’onore, coloro che agiscono direttamente nelle imprese delittuose e pratiche dei progetti mafiosi). Il sistema logistico di questa organizzazione si fonda su vere e proprie regole, inculcate non solo nella mente, ma nell’animo, ossia come stili di vita, alle quali ogni affiliato debba obbedire e queste sn: l’umiltà, intesa come il dovere di essere coesi all’interno del gruppo, verso i compagni; l’omertà, la capacità di mantenere con il silenzio il più possibile la sicurezza verso l’esterno; la fedeltà verso i superiori; la politica, usata dai “supremi” per organizzare i progetti e, la falsa politica da usare contro le forze dell’ordine e le istituzioni. La stessa era anche regolata da leggi al suo interno, tanto che erano previste severe ed umilianti sanzioni per chi tradiva il regolamento (ad es. le “zaccagnate”, ferite provocate con un coltello; lo “stipamento”, la privazione da ogni attività della società, dunque l’isolamento che quasi sempre si concludeva con l’eliminazione fisica) e ciò e dimostrato dal primo “documento”, il primo “pizzino” rinvenuto nei pressi di Taurianova nel 1861. Questa rinnovata società, in realtà non è altro che la rappresentazione di quella schiera di uomini di rispetto che vennero a costituire quella che può essere definita la mafia “agro-pastorale“, in quanto vi erano si dei boss che comandavano o, meglio famiglie che si elevavano sul resto della popolazione, ma è anche vero che erano tempi in cui risultava viva quella concezione di valori morali (uno fra tutti il rispetto per donne, anziani e bambini) che occupano un posto primario nel codice di natura di ogni essere umano e che, in qualche maniera, garantivano un certo equilibrio all’interno della comunità. Comunque i capi delle province di Reggio, Catanzaro e Cosenza non rinunciarono mai alla pratica dell’affare illecito ed annualmente si teneva una riunione a Polsi (San Luca), a settembre in occasione della festività in onore della “Madonna della Montagna”. Ma questo tipo di organizzazione, radicata solo ed esclusivamente nel proprio circondario e dominata dalla persuasione di non andare oltre lo “sgarro” (che secondo i vecchi padrini attirava solo l’attenzione dello Stato e rappresentava dunque un rischio per la consorteria) subi’ un cambiamento epocale, realizzatosi però solo dopo la Prima guerra di mafia, che vide cadere le vecchie gerarchie ad opera di nuovi e ancor più spietati gruppi; gli stessi che delinearono quelle che saranno le future strategie ed i fronti sui quali la moderna macchina mafiosa calabrese avrebbe dovuto muoversi per istaurare il proprio potere. La struttura geografica, il modo in cui essa è impiantata su tutta la regione è di tipo “orizzontale”, ovvero una serie di famiglie ognuna con il proprio “locale” ( a differenza di Cosa Nostra che è organizzata verticalmente) e l’atteggiamento nuovo è quello di una tipica “holding” del crimine, che non si contrappone più alle istituzioni, sia politiche che economiche (banche), ma le prende “sotto braccio” creando rapporti di interscambio con avvocati, magistrati, finanzieri, poliziotti e trovando nel traffico di stupefacenti (in America si parla di cocaina colombiana e “regia” calabrese) di armi, riciclaggio del denaro sporco, gestione di importanti e numerosi locali (soprattutto al Nord, dove gestiscono anche numerose discoteche o traffici di prostituzione o con ramificazioni anche all’estero, soprattutto in Germania, teatro dell’ultima strage a Duisburg) le attività principali che soddisfano al meglio l’ammontare degli affari illeciti. Oggi il budget della N’drangheta ammonta a 36 miliardi di euro circa secondo le statistiche: ma è una verità che purtroppo frutta solo a sè stessa e chi ne viene soffocata, ovviamente, è la popolazione civile che allo Stato non chiede passiva solidarietà, bensi un interesse costante e proficuo. Allarme avvertito anche da un mondo “sordo” come quello giovanile, da ragazzi costretti a crescere “in fretta” in un luogo in cui si è arrivati a credere (come diceva il grande Corrado Alvaro) che vivere rettamente sia inutile o reato. Lo dimostra il permissivismo e garantismo del nostro sistema giudiziario, in un paese l’Italia, in cui il “ladro di galline” giace in galera mentre il trafficante viaggia in fuoriserie o, meglio lo intravedi a cena con chi dovrebbe rappresentare le istituzioni a parte qualche eccezione, che diventa quasi sempre vittima della propria onestà.

Articolo realizzato da: Francesco Sgro.