“Se potessi tornare indietro, non credo avremmo dovuto essere così netti. Sarebbe bastato ‘decomprimerci’ per un po’, prenderci il tempo di cui avevamo bisogno.”
L’hanno finalmente capito i quattro musicisti più famosi di Wigan.

Sono tornati i Verve, come tanti altri loro colleghi, nel 2008 (sarà scoppiata una moda). E ci sono mancati.
Avevano lasciato il pubblico italiano più di dieci anni fa, con la data annullata di Imola, in seguito al loro secondo scioglimento. Non avrebbero dovuto “essere così netti”, ha detto bene Richard Ashcroft, cantante e frontman della band, soprattutto dopo un album come Urban Hymns, la sintesi del loro migliore sound, di canzoni pop e, quindi, della popolarità degna del primo posto nella classifica degli album più venduti in UK.
Urban Hymns fu una rivelazione e fece guadagnare, ai Verve, una posizione fra le band più importanti degli anni ’90.

Figli indiscussi della new wave targata Jesus And Mary Chain, hanno diffuso, a livello mondiale, un sound nato dall’unione fra il britpop e lo shoegaze, e dai testi di Ashcroft.
Caratteristica del gruppo è quella di non aver posto dei limiti al loro genere, esplorando, sperimentando e rischiando di comporre degli album che potevano rivelarsi dei flop. Una band per certi versi imprevedibile, quindi, capace di stupire, di sorprendere, ma mai di annoiare. Una band che ha fatto parlare di se e che, da un anno, girà per il mondo proponendo alcune tracce del loro nuovo album, appena pubblicato.

Si chiama Forth, in italiano “via!”, “avanti”, un nuovo inizio insomma. Il titolo, inoltre, potrebbe ricordare che questo è il quarto (fourth, in inglese) album della band britannica.
Preceduto da un singolo e da un videoclip, che avevano diviso il pubblico e i fans, l’album può essere considerato in modo positivo, all’interno dell’intera produzione dei Verve. Compaiono, fra le dieci canzoni che lo compongono, la psichedelica dei primissimi periodi, quel dream-pop dalle tonalità rarefatte, ereditato dallo shoegaze, e le canzoni pop, un po’ più appetibili per l'”ascoltatore medio”.
Si parte subito con una vera e propria jam session azzardata, per essere la prima traccia dell’album: Sit And Wonder dura circa sette minuti ma non stanca, grazie anche alla chitarra che McCabe riesce a far cantare, negli spazi lasciati vuoti dalla voce di Ashcroft.
Love is Noise è la seconda canzone. Inizialmente, potrebbe risultare anche fastidiosa, troppo ballabile, ma col tempo ci si abitua. Si passa, quindi, a Rather Be, prima traccia pop, a metà fra Bittersweet Symphony e le ballate ashcroftiane del periodo solista.
Seguendo, ecco uno dei più bei pezzi mai scritti dai Verve, Judas. Dream-pop e shoegaze scanditi dal ritmo dettato da basso e batteria. Ricorda le sonorità del primo, poco conosciuto EP, datato 1992.
Si continua con Numbness, altro colosso da sei minuti e mezzo. Un blues quasi pinkfloydiano, se non fosse per la voce lasciata troppo in risalto. Anche I See Houses ricorda il periodo solista di Richard Ashcroft, mentre Noise Epic riprende, appunto, un po’ di noise rock unito alla psichedelia del primo periodo.
Altri due pezzi molto interessanti sono Valium Skies, che ricorda Velvet Morning, e Columbo, più di sette minuti caratterizzati da cambi di ritmo molto evidenti. L’album si chiude con Appalachian Springs, anch’essa sullo stile di I See Houses, con più elementi dream-pop.

È un album, questo, che può essere considerato la sintesi di tutti i generi esplorati dai Verve.
Il bassista del gruppo, Simon Jones ha detto: “Spero non ci scioglieremo ancora. Sarebbe un po’ stupido, non trovate?” Si, molto stupido.