Barak Hussei Obama è il 44° presidente degli Stati Uniti d’America.
Il “sogno” di Martin Luther King si avvera dopo quarant’anni dalla sua morte ed ha il nome del candidato democratico, che si insedierà alla Casa Bianca solo il 20 gennaio.
Si parla, ancora, non di una vittoria matematica, ma politica, dettata dai numeri raggiunti da Obama in Ohio e in Iowa. Ogni candidato repubblicano che abbia vinto le elezioni, infatti, in questi due stati, mai è stato sconfitto.
Si può parlare, quindi, oltre che di trionfo di Obama, anche, e forse soprattutto, di fallimento di McCaine.
Quella del candidato repubblicano si è rivelata una campagna elettorale fallimentare, completamente divergente rispetto all’immagine di candidato richiesta dai cittadini americani.
In un paese in crisi politica ed economica non è prevalsa la figura del veterano di guerra, bensì del giovane nero pressoché inesperto, a dimostrazione del fatto che, l’America, sente un forte bisogno di cambiamento e di innovazione.
Anche se Obama non ha raggiunto il record di consensi, infatti, egli è comunque riuscito ad ottenere i consensi di una vasta fascia di gruppi sociali. È riuscito a convincere, oltre ai neri, i giovani bianchi e tutti coloro che hanno votato per la prima volta.
In termini numerici, i voti elettorali ottenuti dal candidato democratico sono pari a 349, quando, per vincere, ne bastavano 270. In linea di massima, si parla di 61,56 milioni di voti, contro i 54,81 milioni di McCaine, rispettivamente il 52% contro il 47%.
Gli Usa vengono investiti da un’ondata politica di stampo democratico. Anche al Congresso, infatti, si può parlare di trionfo. Dopo trent’anni, i repubblicani perdono il loro potere sul congresso, conquistato nel 1980 con le elezioni di Ronald Reagan e mai perso fino ad oggi.
Si parla di democratic headlock, cioè di un controllo democratico sia del Congresso che della Casa Bianca, un obbiettivo che il partito di Obama non raggiungeva dei tempi del presidente Johnson.
Anche questa vittoria, dunque, va ad alimentare la convinzione che gli americani hanno bisogno di cambiare rotta, riottenendo quell’importanza politica della loro nazione, che da qualche anno era andata sgretolandosi.
Quella di stanotte è l’immagine di un paese capace di cambiare e, quindi, di rischiare, che sia di lezione a chi, da decenni, continua a votare i soliti partiti e i soliti politici.