Graffi e tagli sono le “armi” preferite.

“Sono diversi i motivi per cui ragazzi si infliggono ferite o si procurano un dolore anche molto acuto: evitare o sopprimere immagini o ricordi dolorosi, o in generale emozioni negative. Ma anche entrare in uno stato di torpore o insensibilità, e avere l’attenzione degli altri”, spiega Roberto Ostuzzi, presidente del convegno e della Società italiana per lo studio dei disturbi del comportamento alimentare (Sisdca). Ma se la spiegazione può sembrare ragionevole, irragionevoli sono i numeri presentati dalla società durante il corso ‘Autolesionismo, disturbi alimentari e disturbi di personalità’ tenuto a Vicenza. Il 20,6% degli studenti universitari intervistati dichiara di aver avuto episodi di autolesionismo almeno una volta nel corso della propria vita e l’età in cui si iniziano a manifestare è 12 anni. Dato confermato da un’indagine su 219 ragazzi delle scuole superiori (22,9%). Un adolescente su cinque, se non di più, si infligge graffi, tagli, bruciature, lividi in forme lievi ma che possono arrivare ad esiti fatali nel 9-10% dei casi.

L’autolesionismo è un atto che implica il procurare, consciamente o meno, danni rivolti alla propria persona, sia in senso fisico che in senso astratto.

L’autolesionismo nasce solitamente come conseguenza di forti traumi, che possono essere nei casi peggiori: stupri, violenze o abusi. Tuttavia molto più spesso sono cause minori, ma più subdole, come l’incapacità a sfogare la propria rabbia, il senso di emarginazione e il forte senso di frustrazione. Questi problemi possono avere radici in eventi come la separazione dei genitori, un parente violento o altro. Persone che soffrono di questo disagio spesso non ricevono l’aiuto necessario, e vengono additati come “pazzi” o “psicopatici”. Niente di più falso. L’autolesionismo non è una malattia mentale autonomamente definita, piuttosto esso può manifestarsi come sintomo di una patologia più specifica, come la depressione o la schizofrenia, o della sindrome borderline. Chi si autolesiona non si può definire un pericolo per la società, come molti credono, e solitamente ciò che fa non c’entra con il suicidio. Chi è autolesionista o cutter, come di solito si definiscono, possiamo paragonarlo ad una pentola a pressione, il sangue che esce dopo essersi autolesionato possiamo paragonarlo al vapore che fuoriesce dalla pentola, ed infatti fuoriuscendo il sangue la persona si calma, si è sfogata, sta meglio. Un’altra defizione che possiamo dare all’autolesionismo e il semplice fatto di mutare in dolore fisico (quindi un dolore, una ferita che tutti possono vedere e capire) un dolore interno, un qualcosa di cui non si riesce a parlare, o più semplicemente, gli altri non capiscono. Esistono cure, o meglio queste cure possono diminuire la depressione o lo stress che scaturisce il tutto, ma di solito consiste in psicofarmaci, la cura migliore che esiste è PARLARE, ammettere di essere malati, ammettere di avere bisogno di aiuto, da parte anche solo di un amico o parente in cui si ripone grande fiducia. Chi soffre di questa malattia, non è pazzo, solamente ha trovato un modo errato per sfogare il proprio disagio, un proprio problema.