omniaL’unico modo per salvare il pianeta é studiare meglio gli oceani, e per farlo serve un impegno di tutti i governi del mondo a costruire una rete globale di sorveglianza. L’appello viene dalla Partnership for Observation of the Global Oceans (Pogo), l’organizzazione che riunisce i principali scienziati mondiali che studiano il mare, che il 28 novembre hanno presentato, durante una conferenza a Città del Capo, la ‘lista della spesa’ di ciò che serve per conoscere meglio gli oceani. “Gli oceani coprono il 71% della superficie del globo – spiega Tony Haimet, direttore del Pogo – ma la nostra conoscenza di ciò che avviene al loro interno è ancora patetica. Un sistema continuo e integrato di sorveglianza ripagherebbe ampiamente gli investimenti in termini di salute dell’uomo e degli animali marini”. Il sistema che hanno in mente gli scienziati costa nella sua fase iniziale circa tre miliardi di dollari, e comprende l’impiego massiccio di tutte le tecnologie più recenti nel campo della ricerca oceanografica. La lista comprende un network di satelliti e stazioni a terra dedicati alla superficie oceanica, piccoli sottomarini telecomandati per esplorare gli abissi, di cui alcuni senza motore dedicati esclusivamente a seguire il moto delle correnti, ma anche segnalatori e strumenti posizionati direttamente sugli animali marini e sulle navi mercantili. Qualcosa è stato già fatto, sostengono gli esperti, ad esempio con 3mila boe disseminate in tutti gli oceani o con 2mila animali marini di 22 specie ‘attrezzati’ con segnalatori, ma lo sforzo deve essere ancora maggiore.

Questi i principali vantaggi che si potrebbero ottenere da un programma più vasto:

CAMBIAMENTI CLIMATICI: gli oceani sono i primi a subire gli effetti dei gas serra, in termini di aumento della temperatura e dell’acidità, e sono anche i principali attori del ciclo globale dell’acqua. Maggiori conoscenze potrebbero ad esempio prevedere l’impatto delle acque più calde sulle microscopiche forme di vita oceaniche che ogni anno sottraggono 50mila milioni di tonnellate di CO2 dall’atmosfera, ma anche su tutto il resto degli esseri viventi del mare, che sono la maggioranza del pianeta.

DISASTRI NATURALI: le tecnologie già a disposizione permetterebbero di fare previsioni migliori su eventi catastrofici come tsunami, uragani, inondazioni, aumentando la sicurezza sia dei trasporti marini, che distribuiscono in giro per il mondo il 90% dei beni, sia delle popolazioni colpite da queste calamità, e aiutando a mitigarne gli effetti.

ATTIVITA’ UMANE: migliori informazioni sugli oceani permetterebbero di prevedere gli spostamenti dei pesci che l’uomo utilizza per alimentarsi causati dalle diverse condizioni marine, e di riconoscere immediatamente le condizioni favorevoli allo sviluppo di batteri e alghe tossiche. Inoltre con più informazioni sarebbe possibile sfruttare le risorse energetiche del mare (petrolio e gas, ma anche impianti eolici off-shore) con un minore impatto sull’ambiente. “In poche decine di anni potremmo sviluppare un sistema di sorveglianza degli oceani comparabile con quello che ci permette di fare le previsioni del tempo – spiega John Field, capo del progetto dell’Onu sull’osservazione degli oceani – speriamo di dare il primo impulso con la conferenza di Città del Capo”.