economiaIl Paese non sbanda di fronte alla crisi e gli italiani non cadono vittime del panico o di reazioni irrazionali. La crisi per ora è vissuta in modo ancora individuale e non collettivo, ma gli italiani non rinunciano agli acquisti dei beni di largo consumo. Al massimo, preferiscono rimandare le vacanze o la macchina nuova, rinunciare ad una cena al ristorante, oppure abbandonare i prodotti di marca a vantaggio di quelli generici. E’ il quadro tratteggiato dal ‘Diario della Crisi’ redatto dal Censis, secondo il quale, di fronte alla crisi “la reazione degli italiani sembra essere improntata ad una sostanziale razionalità, anche con ampie zone di disimpegno e con comportamenti ‘a prescindere’ dalla crisi”. La risposta degli italiani, secondo il Censis, è “niente panico e nessuna reazione irrazionale”, anche se si corre il rischio di arrivare ad una “assenza di reazioni in assoluto”. Secondo l’istituto di ricerca, questo pragmatismo nasce dall’elevato tasso di risparmio della società italiana, che copre le spalle a chi in questo momento si trova senza lavoro o con stipendi ridotti. Anche i consumi non mostrano scostamenti significativi. “La grande distribuzione – si legge nel rapporto – ha registrato uno spostamento del 10% dei consumatori da prodotti di marca a prodotti generici nel settore dei saponi, mentre nel settore degli shampoo, evidentemente più legato a un concetto di benessere personale, tale spostamento è stato solo del 4%. Secondo il Censis, “si risparmia sui fattori accessori, si diffonde una certa oculatezza nelle spese, ma l’impressione è che alla qualità della vita non si voglia rinunciare”. Solo il 16% degli italiani, infatti, se fosse costretto a tagliare le spese non indispensabili, ridurrebbe le cure per il corpo, preferendo procrastinare l’acquisto dell’autovettura (33,8%) o di prodotti elettronici (25,5%). Ma sono i viaggi (48,2%) e i pasti fuori casa (35%) le principali voci in riduzione nelle previsioni di spesa dei consumatori. In questa fase, prosegue il Censis, siamo all’interno di “una crisi che tocca individualmente e individualmente viene affrontata”. Per ora “i disagi restano distanti, e anche per questo non si assiste a nessuna mobilitazione collettiva, le reazioni semmai sono individuali”. Il rischio è però che “si determini una situazione di compressione”, cioé una situazione in cui “chi può mette sotto pressione gli anelli della filiera a sé contigui”: le imprese sui lavoratori atipici, la grande distribuzione sui fornitori, gli importatori sui produttori locali e le banche sui clienti.