berlusconi dell'utriIl collaboratore di giustizia ha raccontato che ci sarebbero state due fasi nel rapporto tra l’allora imprenditore Silvio Berlusconi e la mafia. Il primo, precedente alla guerra di mafia degli anni Ottanta, in cui tramite Dell’Utri l’ex premier avrebbe pagato i boss per assicurarsi la loro protezione a Milano temendo per sè e la sua famiglia. “Marcello Dell’Utri era l’intermediario tra Cosa nostra e la mafia e dava soldi di Berlusconi ad Antonino Cinà. Tramite mio zio Raffaele Ganci il denaro arrivava a Totò Riina”. Lo ha sostenuto, deponendo al processo sulla trattativa Stato mafia.
“Dopo la morte di Bontade – ha aggiunto Galliano – ci fu una stasi e Berlusconi non pagava più, né Dell’Utri riceveva più Cinà. Allora – e da qui decorre la seconda fase – Riina, per far tornare Berlusconi a pagare, tramite i catanesi fece mettere una bomba davanti casa sua. A quel punto lui cercò aiuto tramite Dell’Utri e tornò a pagare”. Il pentito ha anche raccontato che il giorno dell’assassinio del giudice Borsellino il boss Raffaele Ganci gli disse: “sentiti il botto”, riferendosi all’esplosione dell’autobomba che uccise il magistrato. All’inizio dell’udienza di oggi la Procura ha chiesto l’acquisizione di una lettera del segretario generale del Quirinale Donato Marra, che deporra’ domani, al procuratore generale della Cassazione.

«Ci troviamo davanti a un imputato che sta scontando sette anni di carcere sulla base di una sentenza della Cassazione che è in contrasto con un altro
verdetto della Suprema Corte e che ora viene smentita da un collaboratore di giustizia come Antonino Galliano». Così Giuseppe Di Peri, legale di Marcello Dell’Utri, l’ex
senatore che sta scontando una condanna definitiva per concorso in associazione mafiosa, commenta le dichiarazioni del pentito Galliano sentito oggi al processo sulla trattativa Stato-mafia. Il collaboratore di giustizia oggi ha raccontato che Silvio Berlusconi avrebbe interrotto i pagamenti alla mafia dopo la morte del boss Stefano Bontade, avvenuta nel 1981. I «versamenti», finalizzati ad avere la protezione dei clan,
sarebbero ripresi nel 1986, dopo gli attentati subiti dall’allora imprenditore. Attentati che, secondo Galliano, sarebbero stati commissionati da Totò Riina alle cosche catanesi. «Le parole di Galliano trovano riscontro in quelle di un altro collaboratore di spicco come Giovanni Brusca che conferma l’interruzione dei pagamenti- ha spiegato Di Peri – E comunque la prima sentenza della Cassazione, che ha annullato con rinvio
il verdetto d’appello, era sulla stessa linea e acclarava l’interruzione dei pagamenti e soprattutto la non volontarietà della ripresa delle dazioni di denaro frutto solo di
intimidazioni». «Altro punto ribadito da Galliano e smentito invece dalla Cassazione ormai definitiva è il contrasto che si sarebbe creato tra il boss Nino Cinà e Marcello Dell’Utri. – ha concluso – Secondo il pentito, l’ex senatore si sarebbe addirittura rifiutato di riceverlo. Tutte queste discrasie, anche in ordine alle decisioni della Cassazione, determinano una profonda amarezza e dimostrano che non può affidarsi il destino di un uomo alle sole contrastanti dichiarazioni dei collaboratori di giustizia».