true detective seconda stagione trama episodi“Una volta non c’era che oscurità. Per come la vedo io è la luce che sta vincendo”. Rust e Marty sono fianco a fianco, nel parcheggio di un ospedale, al buio della sera e con lo sguardo rivolto al cielo. La voce del primo è roca, bassa; quasi sibilante. Il viso del secondo è una maschera spigolosa avvolta nella penombra. Finiva così la prima stagione di True Detective: una stagione ricca di colpi di scena, una stagione intensa, coinvolgente e incredibile sotto ogni punto di vista – rivoluzionaria, a modo suo.

Con la nuova stagione True Detective cambia registro, anche – e forse soprattutto – nella sua storia. Qui bene e male non ci sono. Non sono separati così nettamente come lo erano nei precedenti episodi. La narrazione si tiene su un andamento lento, ponderato – ma si fa, in qualche modo, più distesa. I protagonisti sono avvolti da uno spesso strato di grigiore in cui non esistono né giusto né sbagliato.
Ci sono tre poliziotti e c’è un criminale. C’è la legge e ci sono gli affari. Poi c’è il male: quello vero, terribile, che resta lontano e intangibile come il cattivo delle favole. Non lo vediamo mai (almeno per i primi tre episodi): il viso resta sempre coperto, gli abiti scuri; la sua è una minaccia senza voce. Sappiamo che c’è, ma non sappiamo chi e dove sia.ti scuri; la sua è una minaccia senza voce. Sappiamo che c’è, ma non sappiamo chi e dove sia.

Nic Pizzolatto scrive una storia nuova, più cupa e – in un certo senso – più lineare. Inspessisce il background dei personaggi, riempie i silenzi e allunga, quando serve, i dialoghi. I colori di una fotografia pulita, intensa, e la regia sorprendente di Justin Lin, che si prende una pausa dalla frenesia di Fast & Furious. E True Detective è di nuovo qui, diverso e pure, nello stesso tempo, uguale: una serie tv che è riuscita a portare il cinema sul piccolo schermo e a ridare alla scrittura il posto che le spetta.
Il cast è cambiato. Non ci sono più Matthew McConaughey con la sua parlata lenta e trascinata, e Woody Harrelson. Qui siamo nella contea di Los Angeles, non più in Louisiana. Vince Vaughn è Frank Semyon, un criminale che sta provando a ripulire i suoi soldi e i suoi affari, per qualcosa di più grande e di più importante; Colin Farrell è Ray Velcoro, poliziotto corrotto dal passato oscuro, violento e alcolizzato, baffi neri e capelli lunghi. Rachel Adams interpreta Ani Bezzerides, una detective difficile ai rapporti personali e restia ad accettare il mondo per quello che è (“abbiamo il mondo che ci meritiamo”, le dice Ray a un certo punto). Quindi c’è Taylor Kitsch, che interpreta Paul Woodrugh, giovane agente di polizia e (già) veterano di guerra.

La première della seconda stagione andrà in onda il prossimo 22 giugno in prima serata su Sky Atlantic; per la versione originale, l’appuntamento è alle 3 di notte, in contemporanea con gli Usa.
Nic Pizzolatto e Hbo, il network produttore della serie, hanno provato a fare qualcosa di diverso con questi nuovi episodi. Hanno provato a ricominciare, tenendo sempre presente la qualità e l’attenzione per i dettagli. Questa non è, banalmente, televisione. Questa è qualcosa di più, è puro intrattenimento. Un romanzo che sa di film, e un film che sa di pièce teatrale. Vi coinvolgerà, più – e forse meglio – della prima stagione. E rimarrete incollati allo schermo, puntata dopo puntata. Alla fine, ne vorrete ancora. È questo il segreto del successo di True Detective: farsi irresistibile, nonostante la sua complessità e i suoi personaggi morbosi.