la verità sul caso rudolf abel il ponte delle spie 2015In questi giorni nelle sale cinematografiche è presente il film “Il Ponte delle Spie”, ambientato nel periodo della Gerra Fredda e ripercorre una storia realmente accaduta. Vediamo di seguito la storia che ha ispirato la realizzazione di questo film veramente ben fatto e del quale si consiglia la visione.

James B. Donovan, un personaggio straordinario, un avvocato che durante la guerra aveva servito, come ufficiale di marina, nel servizio segreto militare, e alla fine del conflitto mondiale era stato fra i consulenti legali al processo di Norimberga. Nella nostra storia, lo incontriamo come avvocato difensore di Rudolf Abel, nome di battaglia dietro a cui si celava Vilyam Genrikhovich Fisher, agente segreto sovietico al centro di uno dei più clamorosi casi di spionaggio che la cronaca giudiziaria americana avesse affrontato verso quella fine degli anni Cinquanta, gli anni più caldi della Guerra Fredda, appunto.

Rudolf Ivanovic Abel era un colonnello del KGB, il servizio segreto sovietico, l’agente “residente” che per nove anni aveva diretto la rete dello spionaggio sovietico nell’America settentrionale, dal suo studio di pittore a Brooklyn. Era stato catturato nel giugno del 1957, dopo essere stato tradito da un subordinato. L’FBI aveva scoperto un’attrezzatura completa per lo spionaggio nella stanza dell’albergo di Manhattan dove aveva fatto irruzione e nel suo studio di pittore a Brooklyn. C’erano radio a onde corte con l’orario per la ricezione di messaggi; bulloni cavi, gemelli da polsi, fermacravatte e altri contenitori per nascondere messaggi segreti; un cifrario, messaggi in codice e apparecchiature per microfilm; e carte, tutte segnate, delle zone più importanti per la difesa militare degli Stati Uniti. L’FBI lo aveva quindi accusato di «cospirazione per commettere spionaggio militare e atomico», un crimine punibile con la morte, ricorda Donovan.

Abel aveva chiesto che gli fosse assegnato un «difensore designato dall’Ordine degli avvocati»: una commissione propose il nome di James B. Donovan dopo che diversi eminenti avvocati con ambizioni politiche avevano rifiutato l’incarico («Da quando John Adams difese i soldati inglesi per il massacro di Boston, nel 1774, nessun avvocato ha mai avuto un cliente altrettanto impopolare», ebbe a commentare un giudice della Corte Suprema). La scelta di Donovan fu dovuta al suo passato di avvocato nello Strategic Service, il servizio di spionaggio, durante la guerra, e la sua successiva esperienza come libero professionista che lo qualificavano come nessun altro, almeno secondo l’Ordine, per assumere la difesa del colonnello Abel. A tutti coloro che non erano d’accordo sul fatto che «quel mascalzone di Abel» avesse bisogno di una difesa, Donovan rispondeva che «secondo la nostra Costituzione chiunque, per spregevole che sia, ha il diritto di essere difeso e giudicato con un regolare processo».

Nel corso del primo incontro fra Abel e Donovan, quest’ultimo fece presente al suo cliente che da una prima occhiata ai documenti ufficiali aveva avuto l’impressione che le prove contro di lui fossero schiaccianti. Gli fece anche notare che «con la pena di morte stabilita di recente per lo spionaggio [si riferiva ai casi dei coniugi Rosenberg e Alger Hiss, NdA] e la situazione della Guerra Fredda tra il mio paese e il suo, sarà un miracolo se riuscirò a salvarle la vita». Per limitare i danni, parte della strategia di difesa sarà poi quella di dimostrare che Abel stava servendo il suo paese in una funzione paragonabile a quella militare.





L’inevitabile sentenza di condanna – trent’anni da scontarsi nel penitenziario di Atlanta – fu pronunciata il 15 novembre 1957, mentre la battaglia legale si protrasse per altri quattro anni, arrivando alla Corte Suprema che confermò la condanna di colpevolezza con un margine risicato di cinque voti contro quattro.

All’epoca della prima sentenza Donovan – quasi avesse avuto un presentimento – aveva suggerito al giudice di non proporre la pena di morte perché «non è escluso che in un prevedibile futuro venga catturato nella Russia sovietica un cittadino americano o alleato di pari grado a quello dell’imputato e in tal caso potrebbe risultare utile agli interessi nazionali uno scambio di prigionieri attraverso i normali canali diplomatici».

Lo scambio si renderà necessario di lì a poco, in seguito all’abbattimento da parte della contraerea sovietica di un aereo spia americano (un U-2) sui cieli della Russia nel maggio del 1960 e alla cattura del suo pilota, il capitano Francis Gary Powers: Donovan ricevette direttamente dal presidente Kennedy l’incarico di riportarlo in patria a ogni costo. E così fu.

Dopo serrate e complicate trattative, lo scambio di prigionieri avverrà la mattina del 10 febbraio 1962, sul Glienicke Brücke, il celebre «Ponte delle Spie», o «Ponte della libertà», che collegava Berlino Ovest con l’Est comunista. Ad essere scambiati, oltre al colonnello Abel e a Gary Powers, saranno due studenti americani: Marvin Makinen, in prigione a Kiev dove scontava una condanna a otto anni per attività spionistica e Frederic L. Pryor, arrestato a Berlino Est con l’accusa di spionaggio e minacciato di condanna a morte dal governo della Germania orientale. Quest’ultimo sarebbe stato rilasciato al Checkpoint Charlie.

Quando Donovan e Abel, quest’ultimo scortato da un individuo alto almeno due metri e dieci per centocinquanta chili di peso, arrivano al Glienicke Brücke il freddo è pungente. La parte americana del ponte pullula di uomini della polizia militare che sostituiscono le guardie di confine tedesche. Lo scambio è rapido. Abel guarda il documento ufficiale di rilascio e dice: «Lo terrò come una specie di diploma». Poi posa la valigia e tende la mano a Donovan: «Addio Jim». Annota Donovan: «Mi sorprese perché mi aveva sempre chiamato “signor Donovan”. Buona fortuna Rudolf, gli risposi». Abel attraversa il ponte verso est. Powers attraversa il ponte verso ovest. Nel momento di incrociarsi i due non si guardano. Donovan accoglie Powers e tira un sospiro di sollievo. Missione compiuta.